Il 22 marzo 2025 Daniele Vinti, giovane amministratore di Prarostino, ha tenuto il discorso ufficiale per la Commemorazione della battaglia di Pontevecchio.

Ottantun’anni fa la lotta dei partigiani contro il nemico antidemocratico e illiberale, il sogno di una primavera di pace e libertà, l’idea di un’Europa democratica e plurale improntata alla difesa dei diritti civili e sociali. Oggi, l’affermazione del dialogo e del rispetto delle differenze, e di un’Europa improntata alla mediazione e non al conflitto.

Qui la ripresa video.

Buongiorno a tutte e tutti,

Quando mi è stato chiesto di parlare qui oggi, sono rimasto, sulle prime, un po’ stupito. Questo per un motivo molto semplice: chi mi conosce sa che sono consigliere in un piccolo comune, Prarostino, e ricevere quest’invito, il fatto di trovarmi oggi su questo spalto che ha ospitato negli anni ben più illustri personalità, è davvero un grande onore e ringrazio l’invito della sezione ANPI di Luserna assieme alle amministrazioni dei comuni di Luserna San Giovanni e Rorà che ogni anno si impegnano nell’organizzazione di quest’evento.

Oggi ci troviamo a commemorare quello che non fu semplicemente un eccidio, ma un vero e proprio scontro, una battaglia fra partigiani e forze nazifasciste. Non c’è bisogno che rievochi i fatti di quel marzo del ‘44, penso a noi tutti assai noti, dell’operazione Sperber, sparviero, un grande rastrellamento che costò la vita a 12 partigiani, due civili e durante il quale furono catturate diverse decine di combattenti antifascisti.

Il rastrellamento coinvolse tutta la Val Pellice, insieme a Val Luserna e Val d’Angrogna, ma oggi ci troviamo in un luogo particolarmente efficace e significativo per quei ricordi: qui, su queste alture, quel giorno combatterono e morirono nove partigiani, nove giovani; e oggi mi torna alla mente la commemorazione di un anno fa, quando fra queste rupi sono tornate a risuonare le parole dell’ultima lettera di Augusto Ferrero, il comandante Ulisse, morto quel giorno a vent’anni, uno più di me. E Ulisse nella lettera parlava di “liberare il popolo” (era comunista d’altronde), di “difendere la nostra terra”, “Mamma cara, anche se non tornassi, tu potrai avere l’orgoglio che tuo figlio è caduto per la grande Italia”.

C’è un grande patriottismo nelle sue parole, molto amor patrio come si diceva una volta. Anche oggi spesso sentiamo annunciare in maniera roboante che bisogna difendere la patria, che vi è una ragion di stato, che l’Occidente è in pericolo. E come non preoccuparsi: ogni giorno vediamo attorno a noi notizie più che sconfortanti, un contesto internazionale popolato di grandi potenze che sembrano poter schiacciare l’Italia e l’Europa da un momento all’altro. E da ciò viene la paura, la voglia di armarsi e difendersi.

Ecco però, quei partigiani, che di paura ne avevano sicuramente tanta, non parlavano solo di lotta e di morte, parlavano di primavera. Oggi troppo spesso ci dimentichiamo che se questi giovani decisero di imbracciare le armi, di combattere financo al prezzo della vita, ecco questo non fu per amor della violenza, non fu per sostituire ad un regime di terrore un’altra dittatura. Fu per amore della vita, per amore di quella pace che si tentò, si volle costruire tutti assieme.

In questi giorni nel nostro paese è venuto un attacco forte e vergognoso al Manifesto del federalismo europeo, il famoso Manifesto di Ventotene, e ai suoi estensori Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Eugenio Colorni che teorizzarono l’idea di una nuova Europa, unita e federale, mentre si trovavano al confino, condannati dal regime fascista. La velata accusa è quella di aver voluto una dittatura socialista al livello europeo.

Ecco nella lettera di Ulisse, e nelle parole di tanti partigiani, uomini e donne che combatterono la stessa guerra di Spinelli e Rossi, troviamo la risposta a queste accuse: non un regime, ma una profonda volontà di pace. Gli uomini e le donne della Resistenza avevano capito che l’unico modo per scongiurare future guerre, futuri conflitti, sarebbe stata la collaborazione attiva di tutti i popoli europei, in un’organizzazione federativa, democratica e plurale; improntata alla difesa dei diritti civili e sociali, che raccogliesse le istanze dei vari popoli e permettesse a questi, che per secoli si sono scannati in tutte le innumerevoli guerre che hanno insanguinato il vecchio continente, di vivere assieme nel rispetto delle reciproche differenze; e questa cosa, in questa valle che due anni fa è stata omaggiata dal nostro Presidente della Repubblica nel ricordo del primo convegno europeista, nell’agosto del ‘43, ecco tutto ciò dovremmo averlo ben presente.

Queste istanze non sono poi state raccolte, o almeno non del tutto, da quell’Unione Europea che con tanta fatica più tardi è nata, ed i conflitti che dilaniano ormai anche questa parte di mondo che credevamo immune a certi rischi, ce lo confermano. Spesso chi studia la storia vede dei fatti che, pur in declinazioni differenti, sembrano ripetersi attraverso gli anni. Perciò io penso che sia essenziale portare avanti la memoria di questi uomini e di queste donne: perché ci possono dare una chiave di lettura efficace per comprendere la nostra contemporaneità e per agire di conseguenza.

Mentre preparavo questo intervento mi sono venuti alla mente alcuni versi, la strofa finale, della canzone di Pontevecchio: “Gianavello nel sogno con Ulisse cammina verso un’altra diversa primavera vicina”.

Gianavello, la lotta dei valdesi per la libertà religiosa durata secoli, accanto ad Ulisse, la lotta degli antifascisti per l’indipendenza e la libertà del popolo italiano da una dittatura ventennale, da un’invasione nazista straniera, la lotta per la democrazia e la pluralità.

Queste lotte, questi ideali, si perpetuano negli anni. Purtroppo però questo accade anche per quelle cose che ci piacciono meno, anche per le guerre: oggi noi siamo spaventati dalla guerra in Ucraina ma quanti di noi si ricordano che trent’anni fa da Trieste si sentivano le cannonate del conflitto in Slovenia che stava dilaniando la ex Federazione jugoslava, chi si ricorda dei caccia nato che dalla base di Aviano si alzavano in volo per andare a bombardare Serbia e Bosnia!

La guerra può tornare a bussare alla porta di casa in ogni momento e per questo una visione internazionale, una visione europea improntata alla pace, alla mediazione e non al conflitto e alla contrapposizione è essenziale, vitale per la sopravvivenza dell’Europa, ma io direi dei popoli di tutto il mondo.

E ancora una volta questi giovani ce l’insegnano: spesso, troppo spesso si parla di “guerre giuste”, ma qui oggi noi ricordiamo dei giovani italiani, giovani delle nostre famiglie (avrebbero potuto essere i miei nonni) che si trovavano all’inizio della vita, avevano in sé tutta la forza vitale della gioventù, un lungo futuro davanti e delle famiglie che a casa li aspettavano (“Cara mamma...”), e invece sono morti, come oggi si muore in Ucraina, si muore ogni giorno in Palestina e in molti, molti altri luoghi nel mondo. Quanti sono oggi i pianti della madri e dei padri che non rivedranno più figli e figlie? Quante, ogni sera, le “assenze apparecchiate per cena” come direbbe De André?

Gli uomini e le donne di Ventotene, gli uomini e le donne della Resistenza della Val Luserna, avevano un’idea su come evitare queste sofferenze. E allora impegniamoci a raccogliere il testimone di questi uomini e di queste donne, partigiani che si batterono e morirono per la grandezza d’Italia, di un’Italia che fosse libera, democratica e soprattutto plurale.

Perché non dimentichiamoci mai che questi partigiani, al loro interno, avevano le opinioni e i colori politici più diversi, altro che dittatura del proletariato! E questo è emerso in maniera particolare dopo la Liberazione, quando si è ristabilito il corretto dibattito democratico, e ciò è indispensabile perché la pluralità, il dialogo di idee differenti, è il fondamento di ogni democrazia sana.

Prima però, nel momento del bisogno, donne e uomini con idee molto diverse seppero unirsi sotto la bandiera dell’antifascismo in quella lunga notte che furono i venti mesi di lotta partigiana, e prima ancora i vent’anni di dittatura fascista. Seppero unirsi per combattere il comune nemico, antidemocratico e illiberale, e di questa unione il comune di cui mi onoro di essere amministratore è un simbolo privilegiato: a Prarostino, nel 1967, fu inaugurato il monumento, il Faro della Libertà, che rappresenta tutti i 600 caduti della Resistenza del pinerolese, senza distinzione di provenienza o colore politico.

Ecco, per concludere mi vien da dire che, anche se queste pietre possono sembrare silenti hanno ancora tanto da dire, ed è necessario che la memoria della notte del ventennio fascista e delle lotte necessarie a costruire la moderna Italia e la moderna Europa, ecco che questa memoria sia sempre conservata, ed anche applicata.

Concludo citando un grande cantautore torinese, Alberto Cesa, che cantava così “Eppure quella notte la voglio ricordare a chi ha creduto e crede che cancellare la memoria sia giusto, sia moderno, sia il corso della storia”.

Viva la Resistenza, Viva l’Italia!

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